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TEXAS FLOOD

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TEXAS FLOOD
Prodotto da John Hammond e registrato in soli tre giorni presso il losangelino Down Town studio di Jackson Browne, Texas flood segna il debutto discografico di Stevie Ray Vaughan & Double Trouble.
Un debutto col botto, che raccoglierà il consenso di pubblico e critica, con il singolo “Pride and Joy” che arriverà a raggiungere la top 20 di Billboard, cosa piuttosto insolita per un brano blues.

L’apertura dell’album è da fuochi d’artificio: Love struck baby è breve e senza tregua, un rock ‘n roll che anche all’ascoltatore più ostico fa muovere il piedino e venire voglia di scatenarsi in acrobazie degne dei Blues Brothers
I due pezzi successivi sono le vere e proprie colonne portanti del disco. Pride and joy, il singolo che lancia i tre texani alla ribalta, è un rock-blues che prosegue il discorso iniziato da Stevie Ray con “Love struck baby”, ma rispetto al primo presenta un sound più pieno, caldo e corposo, ed un tono ammiccante, che rendono il pezzo una hit di tutto rispetto, il vero “masterpiece”, quello che non potrà mai mancare in nessun concerto. Texas flood ci fa invece cambiare atmosfera, e in questo pezzo lento in tonalità minore, Stevie Ray mantiene le promesse del titolo con una tempesta di note che per cinque minuti e ventuno secondi escono furiose dalle corde della sua stratocaster.

Ancora storditi dalla pioggia di note della titletrack, passiamo al pezzo successivo e ritorniamo a sonorità più solari e ballabili: Tell me, cover di un brano dell’urlatore Howlin’ Wolf, ci fa sentire come SRV abbia anche nelle corde vocali tutto il diritto di portare avanti la tradizione dei migliori bluesmen ai quali si ispira.

Si prosegue con uno stupefacente break strumentale: il primo dei due pezzi in successione è Testify, nel quale si avvertono chiaramente le influenze di Chuck Berry e Buddy Guy… si tratta di un lungo solo in tonalità maggiore, con ampio utilizzo di bending, slide, vibrato, bicordi e tricordi lungo tutta la tastiera. Insomma, un pezzo veramente “didattico” per tutti i chitarristi. Finita qui? Certo che no, proprio quando pensi di avere bisogno di un attimo di respiro parte il brano più veloce del disco, Rude mood, seconda parte del break strumentale. La canzone toglie il fiato, e lascia ancora una volta sbalorditi per l’energia che sprigiona e la velocità alla quale è suonata.

Alla traccia numero 7, l’amore di SRV per il maestro Buddy Guy si manifesta pubblicamente con questa versione della sua Mary had a little lamb, pezzo che in moltissime occasioni Stevie Ray non disdegnerà di eseguire dal vivo dimostrando la propria maestria nelle improvvisazioni in chiave prettamente blues.

Dirty pool, slow blues che riprende il discorso interrotto in “Texas flood”, comunica una tensione ancora più profonda, questa volta espressa con un riff nervoso ed il già visto utilizzo della pentatonica minore; anche questo è uno dei pezzi che più di frequente la band includerà nelle proprie esibizioni dal vivo.

I’m cryin’ assomiglia molto, come struttura e ritmo, alla hit “Pride and joy”, un bel rock-blues gradevole e brillante, ma che non risentiremo molte volte eseguito nei concerti.

Sembra siamo ormai arrivati al capolinea, ma con la conclusiva traccia numero 10, ecco il finale che non ti aspetti: Lenny, pezzo scritto da Stevie per la moglie Leonora (Lenny, appunto), è una bellissima ballata strumentale che per cinque minuti ti fa chiudere gli occhi e sognare notti fresche e spiaggie bagnate da acque cristalline. In questo pezzo il Texas Tornado placa la propria furia e disegna atmosfere sfumate ed accennate, grazie soprattutto al magistrale uso della leva del vibrato.

La versione remaster, edita nel 1999, presenta poi altri contenuti: un breve spezzone di intervista a SRV, che racconta del suo approccio alla musica e delle sue motivazioni a cercare un sound sempre “più”; lo slow blues Tin pan alley, pezzo registrato durante le sessioni di questo stesso album ma che sarà incluso ufficialmente solo nella tracklist del successivo “Couldn’t stand the weather”; le versioni live di Testify, Mary had a little lamb e della strumentale Wham!, pezzo di Lonnie Mack nel quale Stevie Ray si può scatenare dimenandosi con la propria "strato" e far ballare il pubblico come se non ci fosse domani.

Con questo esordio, il trio di Austin si impone prepotentemente al grande pubblico, il quale dimostra di essere finalmente pronto per consumare in massa il blues elettrico che per anni era stato fonte di ispirazione per i più grandi gruppi rock degli anni ’60 e ’70 (compresi Beatles, Rolling Stones e Led Zeppelin), ma snobbato dai più e catalogato come musica di poco conto fatta da e suonata per gente sempliciotta (o peggio, definita come “black music”). Stevie e i suoi si sono finalmente aperti la strada, il passo successivo sarà quello di confermare il successo ottenuto con questo primo , ottimo, lavoro.



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