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SOUL TO SOUL

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SOUL TO SOUL
E’ targata 1985, ad un solo anno di distanza dal precedente “Couldn’t stand the weather”, la terza fatica discografica di Stevie Ray Vaughan and Double Trouble.
A partire dal presente album, alla cui produzione esecutiva troviamo ancora una volta John Hammond, entra stabilmente nel gruppo il tastierista Reese Wynans, che darà il suo pesante apporto a formare un sound ancora più pieno e completo, senza snaturare l’essenza della musica suonata fino a quel momento dai tre texani.
Come nel lavoro precedente, anche in questo caso l’apertura è affidata ad un brano strumentale: Say what è una degna introduzione che richiama molto le sonorità hendrixiane attraverso il massiccio uso del pedale “wah wah”, come ammetterà in varie occasioni lo stesso Stevie Ray. Si prosegue quindi con due cover, Lookin’ out the window di Doyle Bramhall e la fantastica Look at little sister, pezzo originale di Hank Ballard che qui viene riproposta con un ritmo accattivante ed un gustoso sax suonato per l’occasione da Joe Sublett.

La successiva Aint’t gone and give up on love, pezzo scritto dallo Stesso SRV, rallenta il ritmo finora abbastanza sostenuto, ed i tiratissimi bending in tonalità minore ricordano molto da vicino lo stile di Albert King, per un pezzo che fin dal primo ascolto cattura dall’inizio alla fine, e che in effetti diventerà una delle hit di maggiore successo nella carriera del chitarrista texano.

Il break strumentale arriva con Gone home, filler piuttosto anonimo a dire la verità, ma fortunatamente il ritmo si risolleva immediatamente con la valida Change it, altra cover tratta dal repertorio di Doyle Bramhall.

Il meglio, però, deve ancora venire: SRV ha ormai abituato i suoi ascoltatori a finali con i fuochi d’artificio, e Soul to soul non fa eccezione. Altra cover alla traccia 7, la scatenata You’ll be mine che in origine fu di Willie Dixon, ma che in questa esecuzione Stevie Ray e la band fanno completamente loro, donandole un dinamismo e una brillantezza che rendono questo pezzo un piccolo capolavoro. La seguente Empty arms, altro pezzo originale di SRV, è un bello shuffle con classica base blues in dodici battute che non sfigura nella marea di cover che lo circondano, ma che francamente non può che fare da apripista al penultimo brano dell’album, Come on (part III): prendendo in prestito questa vecchia canzone di Earl King, il Texas Tornado dimostra di non essersi rilassato dopo il successo ottenuto e gli anni passati on the road. I quattro minuti e mezzo della traccia vanno ascoltati a tutto volume e passano in un lampo, cominciando con una parte cantata ricca di carica ed energia, per proseguire con un lunghissimo solo in cui dalle corde della stratocaster di Stevie escono potenza, sudore e adrenalina, senza esclusione di colpi.

Si potrebbe finire qui in modo più che onorevole, ma il colpo del KO arriva alla traccia 10 con la commovente Life without you, brano che (come l’intero album) è dedicato alla memoria di Charlie Wirz, proprietario di un guitar shop a Dallas e grande amico di SRV, per il quale egli costruì nel 1984 (poco prima di mancare) una delle chitarre che Stevie era solito usare dal vivo e che si può ammirare in particolare nel concerto di Montreux del 1985.

Veniamo ora alle tracce aggiuntive contenute nella versione rimasterizzata: dopo l’usuale SRV speaks (spezzone di intervista a Stevie Ray Vaughan che precede le bonus tracks in ogni album), toviamo una versione infinita di due classici di Jimi Hendrix, Little wing/third stone from the sun, contrapposti alla brevissima e intensa Slip Slidin’ Slim, pregevole slide strumentale per un finale movimentato.

Soul to soul” segna un’altra tappa nella maturazione artistica di SRV, e grazie anche all’inserimento delle tastiere con Reese Wynans, il sound dei Double Trouble acquista un nuovo spessore e maggiori possibilità espressive. Il disco è godibile dal primo all’ultimo pezzo, con la presenza di alcuni capolavori assoluti come “Look at little sister”, “Ain’t gone and give up on love”, “Come on (pt. III)” e “Life without you”; nel complesso forse inferiore a “Texas flood”, ma imperdibile per chiunque sia intenzionato ad ascoltare e capire la musica di Stevie Ray Vaughan.




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