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COULDN’T STAND THE WEATHER

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COULDN’T STAND THE WEATHER
L’anno è il 1984, e il successo planetario dell’album “Texas flood” è ancora fresco, quando Stevie Ray Vaughan e i Double Trouble, guidati ancora una volta dal produttore John Hammond, decidono di dare un seguito al loro primo lavoro: ne esce fuori “Couldn’t stand the weather”, disco che conferma le solide radici rock’n roll e blues dei ragazzi, e che risulta più vario e completo del precedente, aggiungendo sonorità che spaziano dal funk della titletrack, al jazz di “Cold shot” e “Stang’s swang”, fino allo scatenato boogie di “Honey bee” ed al rock selvaggio di “Vodoo chile (slight return)”… ma procediamo con ordine.
Il disco si apre con Scuttle buttin’, scatenata intro strumentale che diventerà subito un cavallo di battaglia di SRV, il pezzo con il quale si aprirà la maggior parte dei concerti della band. Una dichiarazione di guerra che dice: “Ecco cosa sono capace di fare, quindi vi conviene rimanere e sentire anche il resto…”

Per Couldn’t stand the weather, brano che dà il titolo all’album, e la successiva The things (that) I used to do, Stevie Ray si avvale dell’aiuto del fratello Jimmie alla seconda chitarra (che definire ritmica è sicuramente riduttivo, ascoltare per credere). Il primo è un brano dalle sonorità apertamente funky che, dopo un inizio “a singhiozzo”, parte con un groove accattivante che probabilmente non ci si aspetterebbe da SRV, il quale tira fuori in questo caso tutta l’esperienza accumulata in studio e on the road accanto ad un personaggio come David Bowie. Il secondo pezzo al quale partecipa Jimmie Vaughan è invece una cover di Guitar Slim, un blues che sembra fatto apposta per lasciare spazio al bellissimo duetto dei due fratelli, tutto gusto e passione.

La vera perla dell’album, però arriva alla traccia numero 4. La versione di Vodoo chile (slight return) alla quale siamo di fronte è qualcosa di monumentale, il miracolo è avvenuto: Jimi Hendrix ha finalmente trovato un degno successore. In questo pezzo, che Stevie ha suonato regolarmente per tutta la propria carriera pagando il suo personale tributo ad uno dei propri idoli, la stratocaster del chitarrista texano parla, si lamenta, graffia, colpisce duro e s’infiamma della carica del rock per otto minuti di adrenalina pura. Un capolavoro ancora oggi difficilmente avvicinabile.

Dopo un tale "pugno nello stomaco", c’è bisogno di una pausa… che arriva puntuale con le sonorità jazz di Cold shot, altro pezzo che diventerà praticamente impossibile non sentire eseguito dal vivo, caratterizzato da un groove ossessivo ed ipnotico. Si prosegue con il classico Tin pan Alley (aka roughest place in town), un blues dalle tonalità molto dark che enfatizzano il racconto del “vicolo delle padelle di latta, il posto più duro della città”; le sonorità evocano locali fumosi e loschi figuri che si aggirano tra le ombre. La voce di Stevie è un sussurro, che talvolta si trasforma in un ringhio rabbioso, e la sua strato sottolinea la tensione con tonalità minori sempre sommesse.

Decisamente diversa l’atmosfera dello scatenato boogie Honey bee, uno dei pezzi più ballabili dell’intera discografia di SRV: due minuti e quarantatre secondi tutti da ballare, poco altro da dire.

Si chiude con la strumentale Stang’s swang, un jazz che lascia un discorso aperto per gli album a venire… SRV e i suoi svolteranno verso questo genere, o è solamente un esperimento? Vedremo…

L’edizione rimasterizzata, anche in questo caso, presenta delle tracce aggiuntive: dopo uno spezzone d’intervista a Stevie, i quattro pezzi che seguono sono tratti dalle sessioni di registrazione dello stesso “Couldn’t stand the weather”: Look at little sister e Come on (Pt. III) troveranno posto nel successivo album, mentre la strumentale Hide away e la sincopata Give me back my wig sono due inediti che aggiungono valore a questa edizione.

Nel complesso un lavoro più variegato del precedente in termini di sonorità e idee, con le perle “The things (that) I used to do” e “Honey bee”, e soprattutto la fantastica “Vodoo chile (slight return)”, vera colonna portante, la sua sola presenza vale l’acquisto del cd; forse nel complesso un po’ più debole del precedente “Texas flood”, magari non l’album ideale per avvicinarsi per la prima volta a Stevie Ray Vaughan and Double Trouble.



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